Un'anatra cova sotto le grandi foglie di bardana, e gli anatroccoli escono dalle uova Il tacchino e le anatre prendono in giro l'anatroccolo grigio L'anatroccolo nella casetta con la vecchietta, il gatto e la gallina L'anatroccolo fra le canne guarda i cigni bianchi nel cielo Un contadino libera l'anatroccolo dal ghiaccio Un giovane cigno bianco sul lago in primavera

Il brutto anatroccolo

Sotto la bardana · letta da Alessandra
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Per i genitori: Nell'originale di Andersen i cacciatori uccidono i due maschi d'oca selvatica, e l'acqua diventa rossa. Nella versione più dolce le due oche si nascondono soltanto, spaventate, fra le canne.

Dall'uovo più grande esce un anatroccolo grigio e goffo che nessuno vuole, e lui se ne va tutto solo per il vasto mondo. La celebre fiaba di Andersen, tradotta dall'originale danese.

Hans Christian Andersen · 25 min · letta da Alessandra

Il brutto anatroccolo: il testo della favola

Hans Christian Andersen (1843). Tradotto dall'originale danese «Den grimme Ælling».

Com'era bello là fuori, in campagna! Era estate. Il grano era giallo, l'avena verde, il fieno era ammucchiato in covoni giù nei prati verdi, e lì passeggiava la cicogna sulle sue lunghe zampe rosse e parlava egiziano, perché quella lingua l'aveva imparata dalla sua mamma. Tutto intorno ai campi e ai prati c'erano grandi boschi, e in mezzo ai boschi laghi profondi. Sì, era proprio bello là fuori, in campagna! In pieno sole sorgeva un vecchio castello circondato da fossati profondi, e dal muro giù fino all'acqua crescevano grandi foglie di bardana, così alte che i bambini piccoli potevano stare in piedi sotto le più grandi. Là in mezzo era selvaggio come nel bosco più fitto, e proprio lì un'anatra stava sul suo nido. Doveva covare i suoi anatroccoli, ma ormai ne aveva quasi abbastanza, perché ci voleva tanto tempo e riceveva visite di rado. Le altre anatre preferivano nuotare nei fossati piuttosto che salire fin lassù e sedersi sotto una foglia di bardana a chiacchierare con lei.

Finalmente, uno dopo l'altro, le uova si ruppero con un crac. «Pio! Pio!» si sentì: tutti i tuorli erano diventati vivi e tiravano fuori la testolina.

«Qua! Qua!» disse l'anatra, e i piccoli si affrettarono più che potevano e guardarono da tutte le parti sotto le foglie verdi. La mamma li lasciò guardare quanto volevano, perché il verde fa bene agli occhi.

«Com'è grande il mondo!» dissero tutti i piccoli, perché adesso avevano davvero molto più spazio di quando stavano dentro l'uovo.

«Credete che questo sia tutto il mondo?» disse la mamma. «Si stende lontano, dall'altra parte del giardino, fin dentro il campo del parroco! Ma lì non ci sono mai stata. Ci siete tutti, vero?» E si alzò. «No, non ci siete tutti! L'uovo più grande è ancora lì. Quanto ci vorrà ancora? Adesso comincio proprio ad averne abbastanza!» E si rimise a covare.

«Allora, come va?» chiese una vecchia anatra che era venuta a farle visita.

«Con quest'uovo ci vuole così tanto!» disse l'anatra che covava. «Non vuole proprio rompersi! Ma guarda gli altri! Sono gli anatroccoli più belli che abbia mai visto. Somigliano tutti al loro papà, quel briccone, che non viene mai a trovarmi.»

«Fammi vedere l'uovo che non vuole rompersi!» disse la vecchia. «Credimi, è un uovo di tacchino! Anch'io una volta mi sono fatta imbrogliare così, e con quei piccoli ho avuto solo pene e guai, perché hanno paura dell'acqua, sai! Non sono riuscita a farli entrare. Ho starnazzato e li ho beccati, ma non è servito a niente! Su, fammi vedere l'uovo! Sì, è un uovo di tacchino! Lascialo stare, e insegna piuttosto a nuotare agli altri bambini!»

«Voglio covarlo ancora un pochino», disse l'anatra. «Ormai che ci sono stata seduta così a lungo, posso restarci anche qualche altra settimana.»

«Fai pure!» disse la vecchia anatra, e se ne andò.

Finalmente il grande uovo si ruppe. «Pio! Pio!» disse il piccolo, e ruzzolò fuori. Era così grande e brutto! L'anatra lo guardò. «Ma che anatroccolo enorme!» disse. «Nessuno degli altri è così! Non sarà mica un pulcino di tacchino? Be', lo scopriremo presto! In acqua ci deve andare, dovessi spingercelo io a calci!»

Il giorno dopo c'era un tempo stupendo, benedetto. Il sole brillava su tutte le verdi foglie di bardana. La mamma anatra scese al fossato con tutta la sua famiglia. Splash! Saltò in acqua. «Qua! Qua!» disse, e un anatroccolo dopo l'altro si tuffò dietro di lei. L'acqua passò sopra le loro teste, ma tornarono subito su e nuotavano benissimo. Le zampe andavano da sole, ed erano tutti in acqua: perfino il piccolo brutto e grigio nuotava con loro.

«No, non è un tacchino!» disse lei. «Guardate come usa bene le zampe, come sta dritto! È proprio il mio piccolo! In fondo, se lo si guarda bene, è anche carino. Qua! Qua! Adesso venite con me, vi porterò nel mondo e vi presenterò nel cortile delle anatre. Ma state sempre vicino a me, che nessuno vi pesti, e attenti ai gatti!»

E così arrivarono nel cortile delle anatre. Là dentro c'era un baccano terribile, perché due famiglie si litigavano una testa d'anguilla, e alla fine se la prese il gatto.

«Vedete, così va il mondo!» disse la mamma anatra, e si leccò il becco, perché anche lei avrebbe voluto la testa d'anguilla. «Adesso usate le zampe!» disse. «Vedete di sbrigarvi, e chinate il collo davanti a quella vecchia anatra laggiù! È la più nobile di tutte qui. Ha sangue spagnolo, per questo è così grossa. E guardate: ha uno straccetto rosso intorno alla zampa! È una cosa straordinariamente bella, ed è la più grande onorificenza che un'anatra possa ricevere. Vuol dire che non vogliono perderla, e che animali e persone devono riconoscerla! Sbrigatevi! Non con le zampe in dentro! Un anatroccolo beneducato tiene le zampe ben larghe, proprio come papà e mamma! Ecco, così! Adesso chinate il collo e dite: qua!»

E così fecero. Ma le altre anatre lì intorno li guardarono e dissero ad alta voce: «Ma guarda! Adesso ci tocca anche questa banda! Come se non fossimo già abbastanza! E puah, che aspetto ha quell'anatroccolo! Quello non lo sopportiamo!» E subito un'anatra gli volò addosso e lo beccò sulla nuca.

«Lascialo stare!» disse la mamma. «Non fa niente a nessuno!»

«Sì, ma è troppo grande e troppo strano!» disse l'anatra che lo aveva beccato. «E per questo si merita qualche beccata!»

«Che bei piccoli, mamma!» disse la vecchia anatra con lo straccetto intorno alla zampa. «Tutti belli, tranne uno, che non è venuto bene! Vorrei proprio che lo potesse rifare!»

«Non si può, Vostra Grazia», disse la mamma anatra. «Bello non è, ma ha un carattere tanto buono, e nuota bene come tutti gli altri, anzi, oserei dire un pochino meglio! Penso che crescendo si farà bello, o che col tempo diventerà un po' più piccolo. È rimasto troppo a lungo nell'uovo, e per questo non ha preso la forma giusta!» E gli pizzicò piano la nuca e gli lisciò le piume. «E poi è un maschio», disse, «e allora non importa tanto. Credo che diventerà forte, e si farà strada nella vita!»

«Gli altri anatroccoli sono deliziosi», disse la vecchia. «Fate come se foste a casa vostra, e se trovate una testa d'anguilla, potete portarmela!»

E così si sentirono come a casa loro.

Ma il povero anatroccolo che era uscito per ultimo dall'uovo, e che era così brutto, fu beccato, spintonato e preso in giro, sia dalle anatre sia dalle galline. «È troppo grande!» dicevano tutti. E il tacchino, che era nato con gli speroni e per questo credeva di essere un imperatore, si gonfiò come una nave a vele spiegate, gli andò dritto addosso, fece glu glu glu tutto arrabbiato e diventò rosso rosso in testa. Il povero anatroccolo non sapeva più dove stare né dove andare. Era tanto triste, perché era così brutto e tutto il cortile delle anatre lo prendeva in giro.

Così andò il primo giorno, e poi fu sempre peggio. Il povero anatroccolo veniva scacciato da tutti, perfino i suoi fratelli e le sue sorelle erano cattivi con lui e gli dicevano sempre: «Magari ti prendesse il gatto, brutto mostriciattolo!» E la mamma diceva: «Se solo fossi lontano!» Le anatre lo pizzicavano, le galline lo beccavano, e la ragazza che dava da mangiare agli animali lo prendeva a calci.

Allora corse via e volò oltre la siepe. Gli uccellini nei cespugli si alzarono in volo spaventati. «È perché sono così brutto», pensò l'anatroccolo, e chiuse gli occhi, ma continuò a correre. Così arrivò nella grande palude dove vivevano le anatre selvatiche. Lì rimase tutta la notte, tanto era stanco e triste.

Al mattino le anatre selvatiche si alzarono in volo e guardarono il nuovo compagno. «E tu chi sei?» chiesero, e l'anatroccolo si girò da tutte le parti e salutò meglio che poteva.

«Sei proprio brutto!» dissero le anatre selvatiche. «Ma a noi non importa, basta che tu non sposi qualcuno della nostra famiglia!» Poverino! Lui non pensava certo a sposarsi: voleva soltanto il permesso di starsene fra le canne e bere un po' d'acqua della palude.

Lì rimase due giorni interi. Poi arrivarono due oche selvatiche, o meglio, due maschi d'oca selvatica, perché erano maschi tutti e due. Non era passato molto tempo da quando erano usciti dall'uovo, e per questo erano così spavaldi.

«Ascolta, compagno!» dissero. «Sei così brutto che ci stai simpatico! Vuoi venire con noi e diventare un uccello migratore? Qui vicino, in un'altra palude, ci sono delle oche selvatiche dolci dolci, tutte signorine, che sanno dire: qua! Lì potresti fare fortuna, tanto sei brutto!»

«Pim! Pum!» risuonò proprio in quel momento lassù, e tutti e due i maschi d'oca si nascosero spaventati in fondo alle canne. Pim! Pum! risuonò di nuovo, e stormi interi di oche selvatiche si alzarono dalle canne, e di nuovo si sentirono gli spari. C'era una grande caccia. I cacciatori stavano appostati tutto intorno alla palude, e alcuni stavano perfino seduti lassù sui rami degli alberi che si allungavano sopra le canne. Il fumo azzurro passava come nuvole fra gli alberi scuri e restava sospeso sull'acqua. Nel fango arrivarono i cani da caccia, ciac, ciac! Canne e giunchi ondeggiavano da tutte le parti. Il povero anatroccolo ebbe una paura tremenda. Girò la testa per nasconderla sotto l'ala, e proprio in quel momento, vicinissimo a lui, c'era un cane terribilmente grande. La lingua gli pendeva fuori dalla bocca, e gli occhi brillavano spaventosi. Avvicinò il muso proprio all'anatroccolo, mostrò i denti aguzzi, e splash, splash! se ne andò senza prenderlo.

«Oh, grazie al cielo!» sospirò l'anatroccolo. «Sono così brutto che perfino il cane non ha voglia di mordermi!»

E così rimase lì fermo fermo, mentre i pallini fischiavano fra le canne e risuonava un colpo dopo l'altro.

Solo tardi nel pomeriggio tornò il silenzio, ma il povero piccolo non osava ancora alzarsi. Aspettò ancora parecchie ore prima di guardarsi intorno, e poi lasciò la palude più in fretta che poteva. Corse per campi e per prati, e soffiava un vento così forte che faceva fatica ad andare avanti.

Verso sera arrivò a una povera casetta di contadini. Era così malridotta che non sapeva nemmeno da che parte cadere, e così restava in piedi. Il vento soffiava così forte intorno all'anatroccolo che dovette sedersi sulla coda per non volare via. E diventava sempre peggio. Allora si accorse che la porta si era staccata da uno dei cardini e pendeva così storta che lui poteva sgusciare nella stanza attraverso la fessura. E così fece.

Lì abitava una vecchietta con il suo gatto e la sua gallina. Il gatto, che lei chiamava Figliolino, sapeva inarcare la schiena e fare le fusa, e faceva perfino le scintille, ma solo se lo si accarezzava contropelo. La gallina aveva zampette corte corte, e per questo la chiamavano Coccodè Gambecorte. Faceva delle belle uova, e la vecchietta le voleva bene come se fosse sua figlia.

Al mattino si accorsero subito dell'anatroccolo forestiero, e il gatto cominciò a fare le fusa e la gallina a fare coccodè.

«Che cos'è questo?» disse la vecchietta, e si guardò intorno. Ma non ci vedeva bene, e così credette che l'anatroccolo fosse un'anatra grassa che si era persa. «Ma che bella preda!» disse. «Adesso avrò le uova d'anatra, purché non sia un maschio! Dovremo provare!»

E così l'anatroccolo fu preso in prova per tre settimane, ma di uova non ne vennero. Il gatto era il padrone di casa e la gallina la signora, e dicevano sempre: «Noi e il mondo!» Perché credevano di essere la metà del mondo, e per giunta la metà migliore. L'anatroccolo pensava che si potesse avere anche un'opinione diversa, ma la gallina non lo sopportava.

«Sai fare le uova?» chiese lei.

«No.»

«E allora tieni il becco chiuso!»

E il gatto disse: «Sai inarcare la schiena, fare le fusa e fare le scintille?»

«No.»

«E allora non devi dire la tua, quando parla gente di giudizio!»

E l'anatroccolo se ne stava nell'angolo, di cattivo umore. Allora gli tornarono in mente l'aria fresca e la luce del sole. Gli venne una voglia così strana di galleggiare sull'acqua che alla fine non riuscì più a trattenersi e dovette dirlo alla gallina.

«Che cosa ti prende?» chiese lei. «Non hai niente da fare, ed è per questo che ti vengono questi grilli per la testa. Fai le uova o fai le fusa, e ti passeranno.»

«Ma è così bello galleggiare sull'acqua!» disse l'anatroccolo. «Così bello quando l'acqua ti passa sopra la testa e ti tuffi giù fino in fondo!»

«Sì, proprio un gran divertimento!» disse la gallina. «Sei diventato matto! Chiedi al gatto, che è il più intelligente che io conosca, se gli piace galleggiare sull'acqua o tuffarsi! Di me non voglio nemmeno parlare. Chiedi perfino alla nostra padrona, la vecchietta: al mondo non c'è nessuno più intelligente di lei! Credi che abbia voglia di galleggiare e farsi passare l'acqua sopra la testa?»

«Voi non mi capite», disse l'anatroccolo.

«Be', se non ti capiamo noi, chi ti dovrebbe capire? Non vorrai mica essere più intelligente del gatto e della vecchietta, per non parlare di me! Non darti tante arie, piccolo, e ringrazia il cielo per tutto il bene che ti hanno fatto! Non sei forse arrivato in una stanza calda, in una compagnia da cui puoi imparare qualcosa? Ma tu dici solo sciocchezze, e con te non c'è niente da divertirsi. Credimi! Lo dico per il tuo bene. Ti dico cose spiacevoli, ed è proprio da questo che si riconoscono i veri amici! Adesso vedi solo di fare le uova e di imparare a fare le fusa o le scintille!»

«Credo che me ne andrò per il vasto mondo», disse l'anatroccolo.

«Sì, vai pure!» disse la gallina.

E così l'anatroccolo se ne andò. Galleggiava sull'acqua e si tuffava, ma tutti gli animali lo disprezzavano perché era brutto.

Poi venne l'autunno. Le foglie nel bosco diventarono gialle e marroni, il vento le afferrava e le faceva ballare tutt'intorno, e lassù nel cielo sembrava proprio freddo. Le nuvole pendevano pesanti di grandine e di fiocchi di neve, e sullo steccato c'era il corvo che gracchiava dal gran freddo: «Cra! Cra!» Sì, veniva freddo solo a pensarci. Il povero anatroccolo non se la passava proprio bene.

Una sera, mentre il sole tramontava in modo meraviglioso, uscì dai cespugli un intero stormo di grandi uccelli bellissimi. L'anatroccolo non ne aveva mai visti di così belli. Erano di un bianco scintillante, con lunghi colli flessuosi. Erano cigni. Lanciarono un verso tutto speciale, aprirono le loro splendide ali lunghe e volarono via dalle terre fredde verso paesi più caldi, verso laghi senza ghiaccio. Salirono così in alto, così in alto, e il piccolo brutto anatroccolo si sentì il cuore tutto strano. Girò su se stesso nell'acqua come una ruota, allungò il collo in alto verso di loro e lanciò un grido così forte e così strano che si spaventò lui stesso. Oh, non riusciva a dimenticare quei bellissimi uccelli, quegli uccelli felici, e appena non li vide più, si tuffò fino in fondo, e quando tornò su era come fuori di sé. Non sapeva come si chiamassero quegli uccelli, né dove volassero, eppure voleva loro bene come non aveva mai voluto bene a nessuno. Non li invidiava per niente. Come avrebbe potuto venirgli in mente di desiderare tanta bellezza? Sarebbe stato contento già se le anatre lo avessero sopportato in mezzo a loro. Povera bestiola brutta!

E l'inverno diventò così freddo, così freddo! L'anatroccolo doveva nuotare senza sosta, perché l'acqua non gelasse del tutto. Ma ogni notte il buco in cui nuotava diventava più stretto, sempre più stretto. Gelava tanto che la crosta di ghiaccio scricchiolava. L'anatroccolo doveva muovere le zampe di continuo, perché l'acqua non si chiudesse. Alla fine non ce la fece più, rimase immobile e restò imprigionato nel ghiaccio.

Di mattina presto passò di lì un contadino. Lo vide, andò sul ghiaccio, lo ruppe con il suo zoccolo e portò l'anatroccolo a casa da sua moglie. Lì lo fecero tornare in vita.

I bambini volevano giocare con lui, ma l'anatroccolo credette che volessero fargli del male e, per lo spavento, saltò dritto nel catino del latte, così che il latte schizzò per tutta la stanza. La donna gridò e alzò le mani al cielo, e allora lui volò nel mastello del burro, poi giù nel barile della farina e di nuovo fuori. Oh, com'era conciato! La donna strillava e cercava di colpirlo con le molle del camino, e i bambini ruzzolavano l'uno sull'altro per acchiappare l'anatroccolo, e ridevano, e gridavano! Per fortuna la porta era aperta. Volò fuori fra i cespugli, nella neve appena caduta. Lì rimase, come in letargo.

Ma sarebbe troppo triste raccontare tutta la fatica e la miseria che dovette patire in quel duro inverno. Se ne stava nella palude, fra le canne, quando il sole ricominciò a scaldare. Le allodole cantavano. Era una primavera meravigliosa.

Allora, d'un tratto, sollevò le ali. Frusciarono più forte di prima e lo portarono via con forza. E prima ancora che se ne rendesse conto, si trovò in un grande giardino, dove i meli erano in fiore, dove i lillà profumavano e pendevano dai lunghi rami verdi giù fino ai canali tortuosi. Oh, com'era bello lì, com'era fresco di primavera! E proprio davanti a lui, dal folto delle piante, uscirono tre bellissimi cigni bianchi. Facevano frusciare le piume e galleggiavano leggeri leggeri sull'acqua. L'anatroccolo riconobbe quegli animali magnifici, e lo prese una strana tristezza.

«Volerò da loro, da quegli uccelli regali! Mi uccideranno a beccate, perché io, che sono così brutto, oso avvicinarmi a loro. Ma non importa! Meglio essere ucciso da loro che essere pizzicato dalle anatre, beccato dalle galline, preso a calci dalla ragazza che bada al pollaio, e patire tanto d'inverno!» E volò sull'acqua e nuotò verso i magnifici cigni. Quelli lo videro e gli vennero incontro con un fruscio di piume. «Uccidetemi pure!» disse la povera bestiola, e chinò la testa verso l'acqua, aspettando la morte. Ma che cosa vide nell'acqua limpida? Vide sotto di sé la propria immagine, ma non era più un uccello goffo, grigio scuro, brutto e sgraziato. Era un cigno anche lui!

Non importa essere nati nel cortile delle anatre, quando si è stati in un uovo di cigno!

Adesso era proprio contento di tutta la fatica e di tutti i guai che aveva passato. Solo adesso sapeva apprezzare davvero la sua felicità e tutta la bellezza che lo salutava. E i grandi cigni gli nuotavano intorno e lo accarezzavano con il becco.

Nel giardino arrivarono alcuni bambini piccoli. Gettavano pane e chicchi di grano nell'acqua, e il più piccolo gridò:

«Ce n'è uno nuovo!» E gli altri bambini esultarono con lui: «Sì, è arrivato uno nuovo!» Batterono le mani e ballarono in tondo, corsero a chiamare papà e mamma, e nell'acqua furono gettati pane e dolcetti, e tutti dicevano: «Il nuovo è il più bello! Così giovane e così bello!» E i vecchi cigni si inchinarono davanti a lui.

Allora si sentì tutto timido e nascose la testa sotto l'ala, non sapeva nemmeno lui perché. Era troppo felice, ma per niente superbo, perché un cuore buono non diventa mai superbo. Pensava a come era stato perseguitato e deriso, e adesso sentiva tutti dire che era il più bello fra tutti gli uccelli belli. E i lillà chinavano i loro rami giù fino all'acqua, verso di lui, e il sole splendeva così caldo e così buono. Allora le sue piume frusciarono, il collo snello si sollevò, e dal profondo del cuore esultò: «Tanta felicità non me la sognavo nemmeno, quando ero il brutto anatroccolo!»