Una volpe rossa e affamata trotterella su un sentiero polveroso tra vigne piene di sole La volpe salta in alto sotto il pergolato, ma i grappoli scuri pendono troppo in alto per lei La volpe si allontana dal pergolato con il naso all'insù, e il merlo sul ciliegio scuote la testa

La volpe e l'uva

La volpe affamata · letta da Alessandra
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Una volpe affamata scopre in cima a un pergolato l'uva più bella del mondo e prova di tutto per raggiungerla. La celebre favola di Esopo su quello che diciamo quando qualcosa non ci riesce, liberamente raccontata dall'originale greco antico.

Esopo · 3 min · letta da Alessandra

La volpe e l'uva: il testo della favola

Esopo (sesto secolo avanti Cristo). Liberamente raccontata dall'originale greco antico.

Era la fine dell'estate, e fin dal mattino il sole scaldava forte le verdi colline. Lungo un sentiero polveroso, tra le vigne, trotterellava una volpe dal pelo rosso e dalla coda folta. Per tutto il giorno non aveva trovato niente da mettere sotto i denti, e la pancia le brontolava forte. «Se non trovo presto qualcosa di buono, svengo dalla fame», borbottò, e si leccò il muso tutta triste.

Proprio in quel momento, ai margini di una vigna, vide un alto pergolato tutto intrecciato di tralci di vite. Ne pendevano grappoli grossi e scuri, quasi neri, così maturi che luccicavano al sole. La volpe si fermò, come incantata. «Mmm, che uva dolce!» esclamò, e le venne l'acquolina in bocca. «Proprio quello che ci vuole per me.»

Si mise sotto il pergolato, si alzò sulle zampe di dietro e si allungò più che poteva. Con il muso arrivava quasi al grappolo più basso, ma era ancora troppo in alto. «Non importa», si disse, «vuol dire che salterò.» Spiccò un balzo e cercò di afferrare gli acini con i denti, ma acchiappò soltanto aria. Ricadde a terra, e si sollevò una nuvoletta di polvere.

Ma la volpe non si arrese così facilmente. Saltò ancora una volta, e poi un'altra, ogni volta un po' più in alto. Provò a prendere la rincorsa da lontano, provò a saltare da un sasso sul bordo del sentiero, cercò perfino di arrampicarsi su per un palo di legno, ma scivolò giù. Provò tutti i trucchi che conosceva, e ne conosceva davvero tanti. L'uva invece restava lassù, tranquilla, come se ridesse di lei sottovoce.

Alla fine era così stanca che riusciva appena a respirare. Aveva la lingua di fuori, le zampe le facevano male, e perfino la coda le pendeva giù, tutta floscia. Sul ramo di un ciliegio lì vicino stava un merlo, che per tutto il tempo l'aveva guardata con curiosità. La volpe gli lanciò un'occhiata di traverso. Non le piaceva proprio che qualcuno l'avesse vista fare quella brutta figura.

Allora si scrollò la polvere di dosso, alzò la testa e fece finta di niente. E mentre se ne andava, disse fra sé e sé, ma abbastanza forte perché il merlo la sentisse: «Bah, tanto è ancora acerba. Non è matura per niente! Chi la vuole, un'uva così aspra? Io no di certo.» E si allontanò lungo il sentiero con il naso all'insù, come se l'avesse saputo fin dall'inizio.

Il merlo, però, scosse soltanto la testa. Sapeva benissimo che l'uva era dolce come il miele, perché quella mattina l'aveva assaggiata lui stesso. Quando la volpe sparì dietro la curva, volò sul pergolato e si gustò un altro acino succoso.

Così fanno anche certe persone: quando non riescono a ottenere qualcosa perché sono troppo deboli, danno la colpa alle circostanze.