La figlia più giovane del re lascia cadere la sua palla d'oro in una fontana profonda, e un ranocchio gliela riporta se lei gli promette la sua amicizia. Una fiaba dei fratelli Grimm sulle promesse da mantenere, tradotta dall'originale tedesco.
Fratelli Grimm · 9 min · letta da Alessandra
Il principe ranocchio: il testo della favola
Fratelli Grimm (1857). Tradotto dall'originale tedesco «Der Froschkönig oder der eiserne Heinrich».
Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, viveva un re che aveva figlie tutte belle, ma la più giovane era così bella che il sole stesso, che pure ne ha viste tante, si meravigliava ogni volta che le illuminava il viso. Vicino al castello del re c'era un grande bosco scuro, e nel bosco, sotto un vecchio tiglio, c'era una fontana. Quando la giornata era molto calda, la figlia del re andava nel bosco e si sedeva sul bordo della fresca fontana. E quando si annoiava, prendeva una palla d'oro, la lanciava in alto e la riprendeva al volo: era il suo gioco preferito.
Ora accadde una volta che la palla d'oro della principessa non le ricadde nella manina che teneva alzata, ma batté per terra lì accanto e rotolò dritta nell'acqua. La principessa la seguì con lo sguardo, ma la palla sparì, e la fontana era profonda, così profonda che non se ne vedeva il fondo. Allora lei cominciò a piangere, e piangeva sempre più forte, e non riusciva proprio a consolarsi.
E mentre si lamentava così, qualcuno le gridò: «Che cosa ti succede, principessa? Piangi da far pietà perfino a un sasso.» Lei si guardò intorno per vedere da dove venisse la voce, e vide un ranocchio che sporgeva dall'acqua la sua testa grossa e brutta. «Ah, sei tu, vecchio sguazzatore», disse. «Piango per la mia palla d'oro, che mi è caduta giù nella fontana.» «Calmati e non piangere», rispose il ranocchio, «io posso aiutarti. Ma che cosa mi darai, se ti riporto su il tuo giocattolo?» «Tutto quello che vuoi, caro ranocchio», disse lei, «i miei vestiti, le mie perle e le mie pietre preziose, e anche la corona d'oro che porto in testa.»
Il ranocchio rispose: «I tuoi vestiti, le tue perle e le tue pietre preziose e la tua corona d'oro non li voglio. Ma se mi vorrai bene, e se potrò essere il tuo compagno di giochi, sedere accanto a te alla tua tavola, mangiare dal tuo piattino d'oro, bere dalla tua coppetta e dormire nel tuo lettino: se mi prometti questo, scenderò giù e ti riporterò su la palla d'oro.» «Oh, sì», disse lei, «ti prometto tutto quello che vuoi, purché tu mi riporti la palla.» Ma intanto pensava: «Quante chiacchiere, quello sciocco ranocchio! Se ne sta nell'acqua con i suoi simili a gracidare, e non può certo fare compagnia a una persona.»
Il ranocchio, appena ebbe la promessa, mise la testa sott'acqua e andò giù, e dopo un po' tornò su nuotando, con la palla in bocca, e la gettò sull'erba. La principessa fu piena di gioia quando rivide il suo bel giocattolo; lo raccolse e corse via saltellando. «Aspetta, aspetta!» gridò il ranocchio. «Portami con te, io non posso correre come te.» Ma a che cosa gli servì gridarle dietro il suo cra cra più forte che poteva? Lei non lo ascoltò, corse a casa e presto dimenticò il povero ranocchio, che dovette tornarsene giù nella sua fontana.
Il giorno dopo, mentre sedeva a tavola con il re e con tutta la corte e mangiava dal suo piattino d'oro, ecco che, plic ploc, plic ploc, qualcosa salì strisciando su per la scala di marmo. Quando arrivò in cima, bussò alla porta e chiamò: «Figlia del re, la più piccina, aprimi!» Lei corse a vedere chi c'era fuori, ma quando aprì, davanti alla porta c'era il ranocchio. Allora richiuse la porta in fretta, tornò a sedersi a tavola, ed era piena di paura.
Il re vide bene che il cuore le batteva forte, e disse: «Bambina mia, di che cosa hai paura? C'è forse un gigante davanti alla porta che vuole portarti via?» «Ah, no», rispose lei, «non è un gigante, è un brutto ranocchio.» «E che cosa vuole da te il ranocchio?» «Ah, caro papà, ieri, mentre ero seduta nel bosco accanto alla fontana e giocavo, la mia palla d'oro è caduta nell'acqua. E siccome piangevo tanto, il ranocchio me l'ha ripescata, e siccome lo voleva a tutti i costi, gli ho promesso che sarebbe diventato il mio compagno. Ma non avrei mai pensato che potesse uscire dalla sua acqua. Adesso è là fuori e vuole entrare da me.»
In quel momento si sentì bussare una seconda volta, e una voce chiamò: «Figlia del re, la più piccina, aprimi la porta! Non ricordi più che cosa mi hai detto ieri, accanto all'acqua fresca della fontana? Figlia del re, la più piccina, aprimi la porta!»
Allora il re disse: «Quello che hai promesso, devi anche mantenerlo. Va' pure ad aprirgli.» Lei andò e aprì la porta, e il ranocchio entrò saltellando e la seguì passo passo fino alla sua sedia. Lì si fermò e gridò: «Tirami su vicino a te.» Lei esitò, finché il re non glielo ordinò. Appena il ranocchio fu sulla sedia, volle salire sulla tavola, e quando fu lì, disse: «Adesso avvicinami il tuo piattino d'oro, così mangiamo insieme.» Lei lo fece, ma si vedeva bene che non lo faceva volentieri. Il ranocchio mangiò di gusto, ma a lei quasi ogni boccone restava in gola.
Alla fine il ranocchio disse: «Ho mangiato a sazietà e sono stanco. Adesso portami nella tua cameretta e prepara il tuo lettino di seta, così ci mettiamo a dormire.» La principessa si mise a piangere. Aveva paura del ranocchio freddo, che non osava nemmeno toccare e che adesso avrebbe dovuto dormire nel suo bel lettino pulito. Ma il re si arrabbiò e disse: «Chi ti ha aiutato quando eri nei guai, non devi poi disprezzarlo.»
Allora lei lo prese con due dita, lo portò di sopra e lo mise in un angolo. Ma quando fu a letto, lui arrivò strisciando e disse: «Sono stanco, voglio dormire bene come te. Tirami su, o lo dico a tuo padre.» Allora sì che lei si infuriò davvero: lo prese e lo scagliò con tutte le sue forze contro il muro. «Adesso starai tranquillo, brutto ranocchio!»
Ma quando cadde giù, non era più un ranocchio, era un principe con begli occhi gentili. Per volere del padre di lei, adesso era il suo caro compagno e il suo sposo. Lui le raccontò che una strega cattiva gli aveva fatto un incantesimo, e che nessuno avrebbe potuto liberarlo dalla fontana tranne lei sola, e che l'indomani sarebbero partiti insieme per il suo regno. Poi si addormentarono.
La mattina dopo, quando il sole li svegliò, arrivò una carrozza tirata da otto cavalli bianchi, che avevano in testa piume bianche di struzzo ed erano bardati con catene d'oro. Dietro, in piedi, c'era il servitore del giovane re: era il fedele Enrico. Il fedele Enrico si era addolorato tanto quando il suo padrone era stato trasformato in ranocchio, che si era fatto mettere tre cerchi di ferro intorno al cuore, perché non gli scoppiasse di pena e di tristezza.
La carrozza doveva portare il giovane re nel suo regno. Il fedele Enrico li fece salire tutti e due, tornò al suo posto dietro ed era pieno di gioia perché il suo padrone era stato liberato. Quando ebbero fatto un tratto di strada, il principe sentì dietro di sé uno schianto, come se qualcosa si fosse rotto. Allora si voltò e gridò: «Enrico, la carrozza si rompe!» «No, mio signore, non è la carrozza: è un cerchio del mio cuore, che stava in gran dolore quando nella fontana stavate, quando ranocchio voi eravate.»
Ancora una volta, e poi ancora una volta, si sentì uno schianto lungo la strada, e il principe pensava sempre che si rompesse la carrozza. E invece erano soltanto i cerchi che saltavano via dal cuore del fedele Enrico, perché il suo padrone era libero e felice.





