La figlia di un mugnaio deve filare la paglia in oro in una sola notte, e un misterioso omino arriva ad aiutarla, ma in cambio chiede sempre di più. Una fiaba dei fratelli Grimm su un nome che nessuno conosce, tradotta dall'originale tedesco.
Fratelli Grimm · 7 min · letta da Alessandra
Tremotino: il testo della favola
Fratelli Grimm (1857). Tradotto dall'originale tedesco «Rumpelstilzchen».
C'era una volta un mugnaio che era povero, ma aveva una bella figlia. Un giorno gli capitò di parlare con il re, e per darsi importanza gli disse: «Ho una figlia che sa filare la paglia in oro.» Il re disse al mugnaio: «Questa è un'arte che mi piace molto. Se tua figlia è davvero così brava come dici, portala domani al mio castello, e la metterò alla prova.»
Quando la ragazza gli fu portata, il re la condusse in una stanza tutta piena di paglia, le diede un filatoio e un aspo e disse: «Adesso mettiti al lavoro, e se entro domattina non avrai filato in oro tutta questa paglia, dovrai morire.» Poi chiuse lui stesso la stanza a chiave, e lei rimase lì dentro tutta sola.
Così la povera figlia del mugnaio se ne stava seduta lì e non sapeva proprio come salvarsi la vita. Non aveva la minima idea di come si potesse filare la paglia in oro, e la sua paura cresceva sempre di più, finché alla fine si mise a piangere. Allora all'improvviso la porta si aprì, ed entrò un omino che disse: «Buonasera, signorina mugnaia, perché piangi tanto?» «Ah», rispose la ragazza, «devo filare la paglia in oro, e non so come si fa.» Disse l'omino: «Che cosa mi dai, se te la filo io?» «La mia collana», disse la ragazza.
L'omino prese la collana, si sedette davanti al filatoio, e frr, frr, frr, tre giri di ruota, ed ecco il rocchetto pieno. Poi ne mise un altro, e frr, frr, frr, tre giri di ruota, ed ecco pieno anche il secondo. E così andò avanti fino al mattino. Allora tutta la paglia era filata, e tutti i rocchetti erano pieni d'oro.
Già all'alba arrivò il re, e quando vide l'oro si stupì e si rallegrò, ma il suo cuore diventò ancora più avido d'oro. Fece portare la figlia del mugnaio in un'altra stanza piena di paglia, molto più grande, e le ordinò di filare anche quella in una notte sola, se le era cara la vita. La ragazza non sapeva come cavarsela e piangeva. Allora la porta si aprì di nuovo, e comparve l'omino che disse: «Che cosa mi dai, se ti filo la paglia in oro?» «L'anello che ho al dito», rispose la ragazza.
L'omino prese l'anello, ricominciò a far ronzare la ruota, e per il mattino aveva filato tutta la paglia in oro splendente. A quella vista il re si rallegrò oltre misura, ma non era ancora sazio d'oro. Fece portare la figlia del mugnaio in una stanza piena di paglia ancora più grande e disse: «Questa devi filarla ancora stanotte. Ma se ci riesci, diventerai mia moglie.» «Anche se è soltanto la figlia di un mugnaio», pensò, «una moglie più ricca non la trovo in tutto il mondo.»
Quando la ragazza fu sola, l'omino tornò per la terza volta e disse: «Che cosa mi dai, se anche stavolta ti filo la paglia?» «Non ho più niente da darti», rispose la ragazza. «Allora promettimi il tuo primo figlio, quando sarai regina.» «Chissà come andrà a finire», pensò la figlia del mugnaio. E siccome in quel guaio non sapeva come cavarsela altrimenti, promise all'omino quello che chiedeva, e in cambio l'omino filò ancora una volta la paglia in oro. E quando al mattino arrivò il re e trovò tutto come aveva desiderato, celebrò le nozze con lei, e la bella figlia del mugnaio diventò regina.
Dopo un anno mise al mondo un bel bambino, e all'omino non pensava proprio più. Ma all'improvviso lui entrò nella sua stanza e disse: «Adesso dammi quello che mi hai promesso.» La regina si spaventò e offrì all'omino tutte le ricchezze del regno, se le avesse lasciato il bambino. Ma l'omino disse: «No, una cosa viva mi è più cara di tutti i tesori del mondo.» Allora la regina cominciò a lamentarsi e a piangere così forte che l'omino ebbe pietà di lei. «Ti lascio tre giorni di tempo», disse. «Se entro allora saprai il mio nome, potrai tenerti il tuo bambino.»
Allora la regina passò tutta la notte a ripensare a tutti i nomi che avesse mai sentito, e mandò un messaggero per il paese a informarsi in lungo e in largo su quali altri nomi ci fossero. Quando il giorno dopo arrivò l'omino, lei cominciò con Gaspare, Melchiorre, Baldassarre, e disse uno dopo l'altro tutti i nomi che conosceva. Ma a ogni nome l'omino diceva: «Non mi chiamo così.»
Il secondo giorno fece chiedere nei dintorni come si chiamasse la gente del posto, e disse all'omino i nomi più strani e insoliti: «Ti chiami forse Costolabestia, o Polpaccio di Montone, o Gambadispago?» Ma lui rispondeva sempre: «Non mi chiamo così.»
Il terzo giorno il messaggero tornò e raccontò: «Di nomi nuovi non sono riuscito a trovarne nemmeno uno. Ma quando, girato l'angolo del bosco, sono arrivato a un'alta montagna, là dove la volpe e la lepre si danno la buonanotte, ho visto una casetta. Davanti alla casetta ardeva un fuoco, e intorno al fuoco saltava un omino buffissimo, che saltellava su una gamba sola e gridava: Oggi inforno il pane, domani faccio la birra, dopodomani alla regina prendo il bambino. Ah, che bello che nessuno sappia che mi chiamo Tremotino!»
Potete immaginare quanto fu contenta la regina quando sentì quel nome! E quando poco dopo l'omino entrò e chiese: «Allora, signora regina, come mi chiamo?», lei prima gli domandò: «Ti chiami Corrado?» «No.» «Ti chiami Enrico?» «No.» «Non ti chiamerai per caso Tremotino?»
«Te l'ha detto il diavolo, te l'ha detto il diavolo!» strillò l'omino, e dalla rabbia pestò il piede destro per terra così forte che ci sprofondò fino alla vita. Poi con tutte le sue forze se ne tirò fuori, pestò i piedi furioso e scappò via. Nessuno lo vide mai più. E la regina si tenne il suo bambino.
«Te l'ha detto il diavolo, te l'ha detto il diavolo!» strillò l'omino, e dalla rabbia pestò il piede destro per terra così forte che ci sprofondò fino alla vita. Poi, furioso, si afferrò il piede sinistro con tutte e due le mani e si strappò in due da solo.





